Web Data Analysis: i numeri che contano nel web marketing

Con il termine web data analysis si intende lo studio e l’analisi dei dati prodotti sul web allo scopo di ottimizzare le strategie di web marketing. Ma la parola “dati”, da sola, può voler dire tutto e niente: la prima cosa da chiarire è cosa intendiamo per dati quando parliamo di marketing.

Nel web marketing “dati” è sinonimo di numeri, e i numeri sono ormai la linfa dei processi decisionali aziendali: uno strumento indispensabile per creare nuovi business o migliorare quelli esistenti. Fare data analysis, però, non è semplice, perché bisogna saper distinguere tra dati accessori e dati davvero utili al raggiungimento di un obiettivo. E oggi questa capacità conta più che mai, per una ragione che vale la pena spiegare.

Cos’è la web data analysis (e perché oggi è più difficile)

Qualche decennio fa reperire i dati di una campagna di marketing era complicato e dispendioso. Con il web è successo l’opposto: i dati sono ovunque, in quantità sterminata. Il problema non è più trovarli, ma selezionare quelli corretti e attendibili in un mondo che ne produce troppi.

Per costruire una buona strategia, quindi, prima ancora di reperire i dati giusti bisogna sapere quale tipo di dati si vuole ottenere. Perché non tutti i dati sono adatti: quelli realmente utili sono solo i dati la cui analisi serve a raggiungere gli obiettivi di marketing che l’azienda si è data. Tutto il resto è rumore di fondo — e oggi, con l’esplosione delle dashboard e degli strumenti di tracciamento, il rumore è assordante.

KPI: cosa sono e come sceglierli

I dati che permettono di valutare le prestazioni di un’azienda si chiamano KPI, Key Performance Indicators, ovvero indicatori chiave di prestazione. In parole semplici, sono i numeri che — interpretati nel modo corretto — dicono se i soldi investiti sono stati spesi bene oppure no.

E quando capiamo di aver ottenuto buoni risultati? Quando gli obiettivi prefissati sono stati raggiunti. Per questo, per valutare i risultati bisogna sempre partire dagli obiettivi, che devono essere chiari fin dall’inizio. Il primo passo di una corretta web data analysis non è la fase finale di analisi, ma quella iniziale di definizione delle KPI adatte.

KPI SMART

Pur variando da azienda ad azienda, le buone KPI hanno tratti comuni: dovrebbero essere SMART, ovvero specifiche (Specific: chiare e non ambigue), misurabili (Measurable: traducibili in valori numerici confrontabili), raggiungibili (Achievable: realistiche), rilevanti (Relevant: coerenti con il progetto e la mission) e definite nel tempo (Time-phased: con una scadenza precisa). In sintesi, sono dati che si trasformano in informazioni di valore.

KPI o metriche di vanità?

C’è una distinzione che nel 2017 si sottovalutava e che oggi è dirimente: quella tra KPI vere e metriche di vanità. Like, follower, impression e visite grezze gonfiano i grafici e fanno sentire bene, ma raramente dicono qualcosa sul business. Una KPI vera è legata a un obiettivo concreto: contatti generati, costo per acquisizione, tasso di conversione, valore del cliente nel tempo. Mille visite sbagliate valgono meno di dieci visite giuste. Misurare ciò che conta, e non ciò che è facile da contare, è metà del lavoro.

Dal dato alla strategia: partire dagli obiettivi

La web data analysis non è il punto d’arrivo, ma uno snodo: si effettua dopo aver definito le KPI corrette e precede l’ideazione del piano strategico. È così che si costruisce un piano realmente basato sui dati, qualunque sia l’obiettivo: rafforzare la notorietà del brand (brand awareness), generare nuovi contatti (lead generation), fidelizzare la clientela, migliorare l’engagement o aumentare la visibilità organica.

Proprio quest’ultimo punto è un buon esempio di come ogni obiettivo richieda le sue KPI: per misurare il posizionamento serve guardare impression, clic, posizione media e query in Google Search Console, non i like sui social. Se vuoi approfondire come si lavora e si misura su questo fronte, ho dedicato una guida completa al posizionamento organico sui motori di ricerca. Ogni canale parla la sua lingua di dati: il compito dell’analista è scegliere la metrica giusta per la domanda giusta.

Data driven marketing: non più il futuro, ma il presente

Nel 2017 si parlava del data driven marketing come del “modello del futuro”. Quel futuro è arrivato: oggi un marketing che ignora i dati semplicemente non è competitivo. Sono ancora molti i manager che si affidano all’istinto e alle opinioni, ma l’approccio guidato dai dati è ormai lo standard.

Questo non significa accantonare istinto ed esperienza: nel web marketing restano fattori che fanno la differenza nel momento della decisione. Vanno però subordinati a un’analisi di dati accuratamente selezionati — la web data analysis, appunto. Le aziende che governano bene i propri dati lanciano nuovi prodotti più in fretta, intercettano nuovi mercati e correggono la rotta prima dei concorrenti. Il vantaggio non sta nell’avere più dati, ma nel leggerli meglio.

Misurare nell’era della privacy: dati di prima parte e attribuzione

C’è un nodo che ha cambiato le regole della misurazione: la privacy. Con la fine progressiva dei cookie di terze parti e l’obbligo di raccogliere il consenso degli utenti, una parte dei dati non è più tracciabile in modo diretto. Strumenti come Google Analytics 4 ricostruiscono i pezzi mancanti con modelli statistici, ma il dato perfetto al millimetro non esiste più: i numeri vanno letti come stime affidabili.

Due conseguenze pratiche. La prima: i dati di prima parte — quelli raccolti direttamente sul proprio sito, con consenso — sono diventati l’asset più prezioso. La seconda: il vecchio modello di attribuzione “all’ultimo clic”, che assegnava tutto il merito di una conversione all’ultimo canale toccato, è superato; oggi si ragiona per percorsi e per attribuzione data-driven, che distribuisce il merito tra i diversi punti di contatto. Capire chi ha davvero contribuito a una vendita è più complesso, ma anche più onesto.

L’AI nella web data analysis

L’altra grande novità è l’intelligenza artificiale, che oggi è integrata negli strumenti di analisi. GA4 segnala automaticamente anomalie e tendenze, Looker Studio costruisce dashboard che incrociano più fonti, e gli assistenti basati su AI generano sintesi e ipotesi in linguaggio naturale. È un’enorme accelerazione, ma con un limite da tenere a mente: l’AI propone, l’essere umano decide. Un modello può evidenziare una correlazione; capire se è causa, coincidenza o errore resta un giudizio critico che gli strumenti non sostituiscono.

Gli strumenti non bastano: servono le persone

Avere gli strumenti giusti per reperire i numeri che contano è importante — da GA4 a Search Console, da Looker Studio a BigQuery — ma lo è altrettanto avere persone capaci di leggere quei numeri in modo critico e costruttivo. La sequenza, come si diceva già anni fa, resta valida: definire le KPI è il primo passo, reperire i dati il secondo, saperli interpretare il terzo. Ed è il terzo a fare la differenza.

Perché un dato, da solo, non ha mai detto a nessuno cosa fare. Lo dice l’analisi che ci si costruisce intorno, partendo da obiettivi chiari e arrivando a decisioni concrete. È questa la sostanza della web data analysis: non riempire i report di numeri, ma trasformare i numeri giusti in scelte migliori.

Informazioni su Cristian Locatelli 13 articoli
Sono Cristian Locatelli, un bergamasco doc cresciuto all'ombra delle mura venete, con la passione per la tecnologia stampata nel DNA, tanto da scegliere senza esitazioni gli studi in informatica. Tra una riga di codice e l'altra coltivo il sogno di trasformare la mia curiosità per algoritmi e sistemi in una professione che mi porti lontano, pur restando legatissimo alla mia terra orobica. Ma è la domenica il momento sacro: con il cuore nerazzurro e la sciarpa al collo, vivo ogni partita della mia amata Dea con la fede incrollabile del vero tifoso atalantino.