User experience e SEO: come farle lavorare insieme (Core Web Vitals, mobile-first e usabilità)

User experience, ovvero usabilità e facilità di navigazione per chi visita un sito. Trovare le scelte giuste non è banale, soprattutto se si ha paura di doverle pagare con un peggioramento dell’ottimizzazione per i motori di ricerca.

In passato molti esperti di web marketing sostenevano che fosse impossibile coniugare user experience e SEO: l’una sembrava sempre andare a discapito dell’altra. Quella convinzione, oggi, è semplicemente superata. Google privilegia da anni i siti che offrono una migliore esperienza di navigazione, e un sito ben fatto da questo punto di vista risulta più visibile nelle SERP. UX e SEO non sono nemiche: sono complementari. Il punto non è scegliere, ma trovare il giusto equilibrio.

Vale la pena fare il punto da capo, perché molto di ciò che si diceva dieci anni fa non è più vero: alcune buone pratiche di allora oggi sono dannose, e alcune paure di allora oggi sono infondate.

Cosa è cambiato (e perché conviene aggiornare le idee)

Nel 2015 l’esperienza utente era ancora un “di più” che Google cominciava timidamente a considerare. Da allora è diventata un segnale di ranking esplicito e misurabile. Sono arrivati il mobile-first indexing — Google oggi guarda al sito nella sua versione mobile per decidere come posizionarlo — e i Core Web Vitals, le metriche con cui Google quantifica l’esperienza percepita: quanto è veloce il caricamento, quanto è reattiva la pagina, quanto è stabile mentre si carica.

In parallelo, il modo in cui Google legge le pagine è maturato: i suoi crawler oggi renderizzano il JavaScript e interpretano contenuti che dieci anni fa risultavano “invisibili”. Questo ribalta diversi vecchi consigli, come vedremo. L’esperienza utente, insomma, è passata da accessorio a fondamenta del posizionamento.

Sei modi per unire user experience e SEO

1. Mobile-first: non è più un’opzione

Nel 2015 essere “mobile friendly” era il modo per guadagnare posizioni. Oggi è il punto di partenza, perché Google indicizza in modalità mobile-first: la versione mobile del tuo sito è quella che conta per il posizionamento, non quella desktop. Un sito responsive, leggibile e comodo da usare con il pollice non è più un vantaggio competitivo — è il requisito minimo per esistere nei risultati. Se la versione mobile è povera o nasconde contenuti rispetto al desktop, è quella povera che Google valuterà.

2. Velocità e stabilità: i Core Web Vitals

La velocità non è solo una cortesia verso l’utente: è una metrica di ranking. I Core Web Vitals la rendono concreta con tre parametri.

Il Largest Contentful Paint (LCP) misura quanto tempo impiega a comparire il contenuto principale della pagina. L’Interaction to Next Paint (INP) — che da marzo 2024 ha sostituito il vecchio FID — valuta quanto la pagina è reattiva alle azioni dell’utente. Il Cumulative Layout Shift (CLS) quantifica quanto gli elementi “saltano” durante il caricamento, generando quella fastidiosa instabilità in cui clicchi una cosa e ne premi un’altra.

Ottimizzare questi valori significa lavorare su immagini, codice, server e ordine di caricamento delle risorse. Puoi misurarli gratuitamente con PageSpeed Insights e con il report Segnali web essenziali di Google Search Console. Il bello è che qui SEO e UX coincidono al 100%: una pagina che si carica in fretta e non “balla” sotto le dita riduce l’abbandono e aumenta le conversioni, a prescindere da Google.

3. Infinite scroll e “carica altro”: con criterio

L’infinite scroll — la possibilità di scorrere all’infinito senza cliccare, reso popolare da piattaforme come Pinterest — piace agli utenti perché è comodo. Nel 2015 il problema era che i crawler di Google faticavano a “vedere” i contenuti caricati durante lo scroll.

Oggi Google renderizza meglio queste pagine, ma il consiglio resta prudente: ogni blocco di contenuto deve avere un URL raggiungibile e indicizzabile per conto suo. La soluzione più solida è abbinare allo scroll una paginazione vera o pulsanti “carica altro” collegati a URL reali, così che il motore possa scansionare e indicizzare ogni porzione. La comodità per l’utente non deve trasformarsi in contenuto che esiste solo a video e non nell’indice.

4. Contenuti in tab e accordion: oggi contano

Ecco un caso in cui il consiglio di un tempo si è ribaltato. Dieci anni fa si diceva di evitare i contenuti “nascosti” dietro tab espandibili o accordion, perché Google rischiava di non indicizzarli o di dargli meno peso. Era un compromesso doloroso tra design pulito e SEO.

Con il passaggio al mobile-first indexing questo non è più vero: dato che su mobile tab e accordion sono il modo naturale di organizzare molte informazioni in poco spazio, Google considera questi contenuti a pieno titolo, allo stesso valore di quelli sempre visibili. Puoi quindi mantenere un’interfaccia ordinata e minimale senza penalizzazioni, a patto che il contenuto sia presente nel codice della pagina e non caricato solo dopo un clic dell’utente.

5. Immagini: belle per l’utente, ottimizzate per Google

Le immagini restano un alleato della user experience: gradevoli, di significato intuitivo, costruiscono l’identità del sito. Ma non vanno trascurate in ottica SEO, e oggi “ottimizzarle” significa parecchie cose insieme.

Servono un alt text descrittivo (utile anche per l’accessibilità), un peso contenuto e formati moderni come WebP o AVIF, dimensioni dichiarate per evitare gli spostamenti di layout che peggiorano il CLS, e il lazy loading per le immagini sotto la prima schermata. Un’immagine pesante e non ottimizzata è uno dei modi più rapidi per rovinare insieme la velocità, l’esperienza e il posizionamento.

6. Breadcrumb e orientamento: Pollicino insegna

L’esperienza di navigazione si decide al primo sguardo: bastano pochi secondi perché una persona decida se restare o andarsene. Un sito piacevole deve però convivere con la SEO, che ama una struttura ricca di pagine e di link interni. Come evitare che l’utente si perda?

Ti ricordi Pollicino? Le briciole di pane sono la soluzione. Si chiamano breadcrumb e di solito compaiono in orizzontale nella parte alta della pagina, sotto l’header. Ricordano all’utente il percorso fatto e gli permettono di risalire alle pagine precedenti con un clic. Hanno un doppio vantaggio: orientano la persona e, accompagnate dai dati strutturati BreadcrumbList di schema.org, aiutano Google a capire la gerarchia del sito e possono comparire direttamente nei risultati di ricerca. Insieme a un menu chiaro, a una sitemap ordinata e a link interni sensati, sono lo scheletro che tiene insieme usabilità e struttura SEO.

“Focus on the user”: il principio non è cambiato

A dispetto di tutto ciò che si è evoluto — Core Web Vitals, mobile-first, il modo in cui i crawler leggono le pagine — il principio di fondo è rimasto identico a dieci anni fa. Google lo riassume in tre parole: focus on the user. Costruisci un sito pensato davvero per le persone che lo navigano, e gran parte della SEO verrà di conseguenza. È esattamente la logica dell’Helpful Content e dell’E-E-A-T, i criteri con cui oggi Google premia i contenuti utili scritti da chi sa davvero di cosa parla.

L’esperienza utente, però, è solo uno dei tasselli del posizionamento: convive con la SEO tecnica, i contenuti, l’autorevolezza e la link building. Per il quadro completo delle attività che compongono una strategia seria rimando alla guida su come un’agenzia SEO ottimizza il sito per i motori di ricerca, dove la user experience trova il suo posto dentro un sistema più ampio.

Se anche tu sei stanco dei siti “fatti solo per i motori di ricerca”, la strada è quella di sempre, oggi con strumenti più precisi per percorrerla: pensa prima all’utente, misura ciò che fai e lascia che la SEO segua.

Informazioni su Cristian Locatelli 13 articoli
Sono Cristian Locatelli, un bergamasco doc cresciuto all'ombra delle mura venete, con la passione per la tecnologia stampata nel DNA, tanto da scegliere senza esitazioni gli studi in informatica. Tra una riga di codice e l'altra coltivo il sogno di trasformare la mia curiosità per algoritmi e sistemi in una professione che mi porti lontano, pur restando legatissimo alla mia terra orobica. Ma è la domenica il momento sacro: con il cuore nerazzurro e la sciarpa al collo, vivo ogni partita della mia amata Dea con la fede incrollabile del vero tifoso atalantino.