I primi tre risultati organici di Google si prendono da soli circa il 68,7% di tutti i clic di una pagina dei risultati. Significa che i restanti sette link visibili in prima pagina si dividono appena un terzo del traffico, e che dalla seconda pagina in poi le briciole diventano invisibili. A questo dato, già spietato di per sé, oggi se ne aggiunge uno ancora più destabilizzante: più della metà delle ricerche su Google si conclude senza alcun clic verso un sito esterno, e quando in cima alla pagina compare un’AI Overview — la risposta sintetizzata dall’intelligenza artificiale, presente ormai su quasi un terzo delle ricerche — gli utenti che cliccano un risultato tradizionale crollano ulteriormente.
Cosa significa, in questo scenario, aumentare la visibilità di un sito? E quali vantaggi concreti porta ottimizzarlo nelle classifiche di Google? Comparire in prima pagina, da solo, non basta più. Serve diventare la fonte che Google sceglie di mostrare per prima e che l’intelligenza artificiale sceglie di citare nelle proprie risposte. È esattamente il problema che una buona agenzia SEO è chiamata a risolvere, ed è il tema di questa guida: cos’è la SEO, come funziona davvero un motore di ricerca, quali attività compongono una strategia seria e come cambiano le regole del gioco nell’era delle risposte generative.
Indice
SEO, ovvero?
Fare SEO (Search Engine Optimization, ottimizzazione per i motori di ricerca) significa applicare un insieme di strategie che migliorano la posizione di un sito web nei risultati organici dei motori di ricerca, cioè quelli non a pagamento. In concreto, significa studiare e mettere in pratica le azioni che rendono un sito più comprensibile, più rilevante e più affidabile agli occhi dell’algoritmo di Google.
Alla base di tutto c’è un principio semplice da enunciare e difficilissimo da applicare: la capacità del sito di rispondere in modo esauriente all’intento di chi cerca. Quando una persona digita una query, non sta cercando parole chiave: sta cercando una risposta a un bisogno. Se nel giro di pochi secondi il tuo sito offre a quella domanda una risposta pertinente, affidabile e meglio strutturata di quella dei concorrenti, hai guadagnato un potenziale cliente. In caso contrario, è molto probabile che tu l’abbia perso, magari per sempre, perché il prossimo risultato è a un solo clic di distanza.
La differenza rispetto a dieci anni fa è radicale. Un tempo la SEO era in larga parte un esercizio di corrispondenza testuale: ripetere la keyword il giusto numero di volte, inserirla nei posti giusti, accumulare link. Oggi quella risposta deve convincere due interlocutori diversi e con criteri diversi. Da un lato l’utente in carne e ossa, che decide in pochi istanti se restare o tornare indietro. Dall’altro i sistemi semantici di Google — da PageRank, l’algoritmo originario basato sui link, fino a RankBrain, BERT e MUM, i modelli che oggi interpretano il significato e il contesto delle parole — che hanno smesso di leggere stringhe di testo per iniziare a comprendere concetti, entità e relazioni. Fare SEO, nel 2026, significa lavorare su questo doppio fronte.
Come funziona un motore di ricerca
Per capire cosa fa un’agenzia SEO è utile sapere, a grandi linee, come ragiona la macchina che si vuole convincere. Il processo si articola in tre fasi.
La prima è la scansione (crawling): un software automatico chiamato Googlebot esplora il web seguendo i link da una pagina all’altra, scaricando i contenuti che incontra. Se una pagina non è raggiungibile, è bloccata dal file robots.txt o non è collegata a nessun’altra, per Google semplicemente non esiste. La seconda fase è l’indicizzazione: Google analizza ciò che ha scaricato, ne interpreta i contenuti, le immagini, i dati strutturati, e decide se e come archiviare la pagina nel proprio indice, una biblioteca sterminata di centinaia di miliardi di documenti. La terza fase è il posizionamento (ranking): quando un utente effettua una ricerca, l’algoritmo seleziona dall’indice le pagine più pertinenti e le ordina secondo una combinazione di segnali che stima quale risposta soddisferà meglio quell’intento specifico.
Ho scritto una una guida a parte a come funziona un motore di ricerca, per chi vuole capire nel dettaglio le tre fasi di crawling, indicizzazione e ranking.
Tutta la SEO vive dentro queste tre fasi: rendere il sito facilmente scansionabile, perfettamente interpretabile e più meritevole degli altri di occupare le prime posizioni. Quando una di queste fasi si inceppa — un sito lento che Googlebot fatica a scansionare, un contenuto che l’algoritmo non riesce a indicizzare, una pagina pertinente ma poco autorevole che non sale — il lavoro dell’agenzia è individuare il punto di rottura e ripararlo.
Cosa fa (davvero) una buona agenzia SEO
Una strategia di ottimizzazione SEO seria interviene su tutte le componenti di un sito, non su una sola. È un errore comune pensare alla SEO come a un’unica attività: in realtà è la regia di una decina di discipline diverse che devono lavorare in armonia. Il percorso parte sempre da due attività di inquadramento, troppo spesso saltate: l’analisi del settore e del mercato di riferimento e lo studio approfondito dei prodotti e dei servizi del cliente. Senza questa comprensione iniziale qualsiasi intervento tecnico è cieco, perché si ottimizza per parole che nessuno cerca o si insegue un pubblico che non comprerà mai. Vediamo allora, una per una, le grandi aree di intervento che compongono il lavoro.
Analisi di settore, mercato e competitor
Prima di toccare una sola riga di codice, una buona agenzia SEO studia il terreno. Significa capire chi è il cliente ideale, quali bisogni esprime, con quali parole li esprime e a chi si rivolge oggi quando cerca quei prodotti o servizi. L’analisi dei competitor che già occupano le prime posizioni rivela quali contenuti Google premia per quel settore, quanto sono autorevoli i siti da battere e dove si annidano le opportunità lasciate scoperte. È da qui che nasce una strategia realistica: sapere se si parte da un dominio nuovo o consolidato, da un mercato affollato o di nicchia, cambia completamente le priorità e i tempi del lavoro.
Ricerca delle keyword e analisi dell’intento
La ricerca delle keyword resta l’operazione fondamentale, quella da cui dipende tutto il resto, ma ha cambiato natura. Non si tratta più di inseguire singole parole chiave isolate, bensì di mappare l’intento di ricerca che ciascuna query esprime. L’intento può essere informativo (chi cerca “come funziona la SEO” vuole capire), navigazionale (chi cerca un brand vuole raggiungerlo) o transazionale (chi cerca “agenzia SEO Bergamo preventivo” è vicino all’acquisto). Una stessa parola, a seconda dell’intento, richiede una pagina completamente diversa.
Il lavoro consiste nel raggruppare le query in cluster tematici coerenti, individuare il volume di ricerca e la difficoltà competitiva di ciascuna, e soprattutto identificare le entità — persone, luoghi, concetti, prodotti, marchi — che Google associa a un argomento all’interno del suo Knowledge Graph. Presidiare le entità giuste, e non solo le parole chiave, è ciò che permette a un sito di essere riconosciuto come autorevole su un intero tema. È così che si costruisce l’autorevolezza topica su cui poggia ogni posizionamento duraturo.
SEO on-page
La SEO on-page è l’ottimizzazione di tutto ciò che sta dentro la singola pagina e che possiamo controllare direttamente. Comprende il tag title e la meta description, che governano come la pagina appare nei risultati e ne influenzano il tasso di clic; la gerarchia degli heading, che organizza il contenuto in modo logico per l’utente e per il motore; la struttura e la leggibilità del testo; i link interni che distribuiscono autorevolezza tra le pagine e guidano la navigazione; l’ottimizzazione delle immagini con alt text descrittivi e pesi contenuti. Sono interventi puntuali, spesso poco appariscenti, ma cumulativi: sono loro a tradurre la strategia in segnali concreti che Google legge pagina per pagina, e a fare la differenza tra due contenuti di pari qualità.
SEO tecnica
Un sito può avere i migliori contenuti del mondo, ma se Google fatica a scansionarlo, indicizzarlo o caricarlo, quei contenuti per il motore semplicemente non esistono. La SEO tecnica si occupa delle fondamenta: l’architettura delle URL e dell’alberatura del sito, la crawlability e l’ottimizzazione del crawl budget, la corretta gestione dell’indicizzazione attraverso file come robots.txt, sitemap.xml e i tag canonical che prevengono i contenuti duplicati. Si occupa della versione mobile del sito, oggi prioritaria visto che Google indicizza in modalità mobile-first, e della corretta implementazione di redirect, codici di stato HTTP e protocollo HTTPS. È la parte meno visibile del lavoro e, proprio per questo, quella che più spesso fa la differenza tra un sito che esprime il suo potenziale e uno che lo spreca.
Core Web Vitals e performance
All’interno della SEO tecnica, la velocità e la stabilità del sito hanno assunto un peso autonomo grazie ai Core Web Vitals, le metriche con cui Google misura l’esperienza percepita dall’utente. Sono tre: il Largest Contentful Paint (LCP), che misura quanto tempo impiega a comparire il contenuto principale; l’Interaction to Next Paint (INP), che valuta la reattività della pagina alle azioni dell’utente; e il Cumulative Layout Shift (CLS), che quantifica quanto gli elementi si spostano durante il caricamento, generando quella fastidiosa instabilità visiva. Ottimizzare questi parametri significa intervenire su immagini, codice, server e caricamento delle risorse. Non è solo una questione di posizionamento: una pagina che si carica in fretta e non “balla” sotto le dita riduce l’abbandono e aumenta le conversioni, un vantaggio che resta anche al netto di Google.
Dati strutturati e schema markup
I dati strutturati sono un linguaggio, basato sul vocabolario condiviso schema.org, che permette di spiegare a Google il significato esatto del contenuto di una pagina. Implementati di norma in formato JSON-LD, comunicano al motore che quel numero è un prezzo, quella stringa è un orario di apertura, quel testo è una recensione con tot stelle, quell’elenco è una sequenza di istruzioni. Il beneficio è duplice: da un lato aiutano l’algoritmo a interpretare la pagina senza ambiguità, dall’altro abilitano i risultati arricchiti (rich result) — stelle, prezzi, FAQ, eventi — che rendono lo snippet più visibile e cliccabile nella pagina dei risultati. In un’epoca in cui i contenuti devono essere “leggibili dalle macchine” per essere citati anche dall’intelligenza artificiale, i dati strutturati sono passati da accessorio a investimento strategico.
Contenuti, topical authority e architettura pillar-cluster
I contenuti restano il cuore del posizionamento, ma il modo di concepirli è cambiato. Scrivere per la SEO oggi significa coprire un argomento in profondità e in tutte le sue sfaccettature, in modo realmente utile, anziché produrre tante pagine sottili attorno a singole keyword. La logica vincente è quella dell’architettura pillar-cluster: un articolo pilastro che presidia il tema principale in modo ampio — come questa guida — e una costellazione di articoli di approfondimento (i cluster) che trattano in dettaglio i sotto-argomenti, collegati tra loro e al pilastro da link interni. Questa struttura segnala a Google una competenza estesa e organizzata su un intero dominio di conoscenza, non su una pagina isolata. È così che si costruisce la topical authority, l’autorevolezza tematica che oggi pesa più di mille parole chiave inserite a forza.
E-E-A-T: esperienza, competenza, autorevolezza, affidabilità
Dietro la qualità dei contenuti c’è il quadro che Google ha codificato nelle sue linee guida con l’acronimo E-E-A-T: Experience, Expertise, Authoritativeness, Trustworthiness, ovvero esperienza diretta, competenza, autorevolezza e affidabilità. Non è un fattore di ranking misurabile come la velocità, ma un insieme di segnali che l’algoritmo, e prima ancora i suoi quality rater, usano per valutare quanto ci si possa fidare di un contenuto e di chi lo firma. Conta chi scrive e con quali credenziali, contano le fonti citate, conta la coerenza del sito su un tema, conta la reputazione costruita altrove sul web. Per settori delicati come salute, finanza o consulenza professionale, l’E-E-A-T è spesso la linea di confine tra una pagina che si posiziona e una che resta invisibile. Il sistema dell’Helpful Content premia in modo sistematico i contenuti scritti per le persone da chi sa davvero di cosa parla.
Link building e digital PR
Fuori dal sito, conta chi parla di te. I link in entrata restano un segnale di fiducia fondamentale — l’erede diretto della logica del PageRank, l’intuizione originaria con cui Google misurava l’autorevolezza in base a chi ti citava — ma il loro valore oggi dipende dalla qualità e dalla pertinenza della fonte, non dalla quantità. Un singolo link da una testata autorevole e tematicamente affine vale più di cento link da siti irrilevanti, e gli schemi artificiali di link sono attivamente penalizzati. Per questo una buona attività di link building somiglia molto più a un lavoro di digital PR: creare contenuti che meritino di essere citati, costruire relazioni con editori e portali di settore, guadagnare menzioni e collegamenti in modo organico. Si smette di “comprare link” e si inizia a costruire una reputazione che gli altri hanno interesse a citare.
SEO locale
Per chi lavora su un territorio — un’attività, uno studio professionale, un negozio, una piccola impresa — la partita si gioca anche e soprattutto sulla SEO locale, ovvero sul posizionamento locale dell’attività nei risultati di prossimità. Quando un utente cerca un servizio “vicino a sé”, Google mostra il local pack, il riquadro con la mappa e i tre risultati di prossimità che catturano la stragrande maggioranza dell’attenzione. La curva dei clic, qui, è molto più piatta che nei risultati organici tradizionali: entrare nel pacchetto mappe conta spesso più che scalare la classifica organica. Gli ingredienti sono la pertinenza, la distanza e la prominenza dell’attività, sostenute dalla coerenza dei dati NAP (Name, Address, Phone — nome, indirizzo, telefono) replicati in modo identico su tutto il web, dalle recensioni e dai segnali di reputazione locale. Per una piccola o media impresa italiana, presidiare bene il proprio territorio è quasi sempre il ritorno sull’investimento più rapido e concreto.
Google Business Profile e local pack
Il fulcro della SEO locale è la scheda Google Business Profile, l’ex Google My Business: gratuita, ma decisiva. È la scheda che compare nel local pack e a lato dei risultati con nome, orari, recensioni, foto, telefono e indicazioni stradali. Ottimizzarla significa scegliere le categorie corrette, compilare ogni campo con cura, pubblicare aggiornamenti e foto reali, raccogliere recensioni autentiche e rispondervi con costanza, mantenere gli orari sempre aggiornati. Una scheda curata può generare chiamate, visite e richieste anche senza un solo clic verso il sito, ed è per molte attività locali la prima e più importante vetrina digitale. È inoltre uno dei pochi spazi in cui una piccola impresa può competere ad armi pari con realtà molto più grandi, perché qui contano la prossimità e la cura, non il budget.
I (presunti) duecento fattori di ranking
Si ripete da sempre che a influenzare il posizionamento ci siano oltre duecento fattori che interagiscono tra loro: anzianità del dominio, parole chiave, struttura del codice, contenuti testuali e visivi, freschezza degli aggiornamenti, link, segnali di esperienza utente e molto altro. La cifra è leggendaria e non va presa alla lettera, ma è un’immagine utile per capire una verità: nessun trucco singolo fa la differenza, e chi promette la “prima posizione garantita” agendo su una sola leva sta vendendo fumo.
L’algoritmo non è una formula da ingannare, ma un sistema che cerca di approssimare il giudizio di un utente soddisfatto, e che Google aggiorna in continuazione attraverso i core update, i grandi aggiornamenti periodici che ridisegnano gli equilibri. Una buona Agenzia SEO sa quali interventi vanno fatti una volta sola in fase iniziale e quali richiedono invece un lavoro costante nel tempo; sa distinguere i segnali che pesano davvero dal rumore di fondo delle mode; e soprattutto sa che la vera leva non è il numero di fattori ottimizzati, ma la coerenza tra ciò che la pagina promette e ciò che mantiene. Si lavora sulla causa — un sito utile e affidabile — non sull’effetto.
GEO: ottimizzazione per le risposte generative
Il cambiamento più radicale degli ultimi anni ha un nome: le AI Overview di Google, le risposte sintetizzate dal modello Gemini direttamente in cima alla pagina dei risultati, e più in generale le risposte prodotte dai sistemi di intelligenza artificiale e dai chatbot. Quando l’AI confeziona una risposta completa, l’utente spesso non ha più motivo di cliccare alcun link: è la ragione per cui la quota di ricerche a zero clic continua a crescere e per cui il traffico organico, a parità di posizionamento, in molti settori è in calo. Le AI Overview compaiono soprattutto sulle query informative, proprio quelle su cui i contenuti editoriali costruivano la propria visibilità.
Da questo scenario nasce la GEO (Generative Engine Optimization): l’insieme di tecniche che rendono un contenuto facilmente comprensibile e citabile dai modelli generativi. Se la SEO punta a far comparire la pagina tra i link, la GEO punta a far entrare il contenuto dentro la risposta dell’AI, come fonte citata. In concreto significa fornire risposte chiare e autosufficienti già nei primi paragrafi, strutturare le informazioni in modo estraibile e inequivocabile, usare dati strutturati, presidiare le entità rilevanti del proprio settore ed essere riconosciuti come fonte autorevole anche fuori dal proprio sito. La buona notizia è che SEO e GEO condividono buona parte delle fondamenta: contenuti di qualità, autorevolezza topica e solidità tecnica servono a entrambe. La differenza sta nella consapevolezza che l’obiettivo non è più soltanto essere trovati, ma essere citati.
Misurare la SEO: audit, KPI e Google Search Console
La SEO non è un atto di fede: si misura. Tutto parte da un audit SEO iniziale che fotografa lo stato di salute del sito — problemi tecnici, contenuti deboli, profilo di link, opportunità inespresse — e definisce le priorità. Da lì il lavoro si governa attraverso un monitoraggio costante, fondato in primo luogo su Google Search Console, lo strumento gratuito e ufficiale con cui Google mostra per quali query il sito compare, quante impression e quanti clic ottiene, in quale posizione media e con quali eventuali errori di indicizzazione. Affiancato all’analisi del traffico e delle conversioni, permette di seguire i KPI che contano davvero: posizionamenti sulle keyword strategiche, crescita del traffico organico qualificato, e soprattutto contatti e vendite generati. Misurare con onestà i risultati è anche ciò che distingue un partner serio da chi si nasconde dietro metriche di vanità: le posizioni servono solo se portano clienti.
Quanto tempo serve e quanto costa la SEO
Sono le due domande più frequenti, e meritano risposte oneste. La SEO non è un interruttore: è un investimento che matura nel tempo. I primi segnali su un sito sano possono arrivare in tre-sei mesi, ma per consolidare posizioni competitive su parole chiave di valore servono in genere dai sei ai dodici mesi di lavoro continuativo, perché Google deve scansionare, valutare e fidarsi, e perché l’autorevolezza non si costruisce in una settimana. Chi promette risultati in pochi giorni o sta inseguendo keyword senza valore o sta usando tecniche a rischio penalizzazione.
Sul fronte dei costi, non esiste un prezzo unico: dipende dalla competitività del settore, dallo stato di partenza del sito, dall’ampiezza degli obiettivi e dal mercato geografico. Una piccola attività locale ha esigenze e budget diversi da un e-commerce nazionale. Il modo corretto di valutare una proposta non è il prezzo assoluto, ma il rapporto tra l’investimento richiesto e il valore di un cliente acquisito: se ogni nuovo cliente vale alcune centinaia o migliaia di euro, anche pochi contatti al mese generati dalla SEO ripagano ampiamente l’investimento, e continuano a farlo nel tempo, perché il traffico organico — a differenza della pubblicità — non si spegne nel momento in cui si smette di pagare.
SEO per le PMI italiane
Per le piccole e medie imprese italiane la SEO è probabilmente il canale di acquisizione con il miglior rapporto tra costo e rendimento, perché intercetta persone già in cerca attiva di un prodotto o servizio, nel momento esatto del bisogno. A differenza della pubblicità a pagamento, il posizionamento organico costruisce un patrimonio che resta: una pagina ben posizionata continua a portare contatti mese dopo mese senza un costo per clic. Per una PMI la strategia vincente raramente è competere a livello nazionale su keyword generiche e affollatissime; molto più spesso è dominare il proprio territorio e la propria nicchia, combinando SEO locale, scheda Google Business Profile curata e contenuti che rispondano alle domande reali dei clienti. È un terreno in cui artigianalità, competenza specifica e cura del territorio battono il budget pubblicitario delle grandi catene.
Agenzia o consulente SEO?
Non tutte le aziende hanno bisogno della stessa cosa, e questa è una delle scelte più importanti. Una struttura articolata, con più reparti interni, progetti su larga scala e necessità di coordinare team numerosi, può trovare nell’agenzia il partner naturale, capace di mettere in campo molte figure specializzate contemporaneamente. Chi invece vuole un interlocutore unico, che conosce il progetto a fondo e lo segue in prima persona dall’analisi alla scrittura senza passaggi di mano, spesso si trova meglio con un consulente SEO indipendente: meno intermediazione, più responsabilità diretta, una strategia cucita sul caso specifico anziché impacchettata su un listino standard.
La distinzione non è ideologica ma pratica, e si misura su una sola domanda: chi mette davvero le mani sul tuo progetto, con quale competenza e con quanta continuità? Nelle agenzie più strutturate non è raro che chi vende sia diverso da chi esegue, e che il cliente piccolo finisca in fondo alla lista delle priorità. Un buon consulente, al contrario, vive del risultato del singolo cliente. Non è l’etichetta — agenzia o consulente — a determinare l’esito, ma la qualità e la dedizione di chi opera concretamente sul sito.
Qualità del traffico, non solo quantità
Portare visite non è un obiettivo, è un mezzo. È facile gonfiare i numeri inseguendo parole chiave generiche ad alto volume ma a bassissima intenzione d’acquisto: si riempie il grafico delle visite e si svuota il portafoglio, perché quel traffico non converte. Per questo il vero metro di giudizio non è mai il volume grezzo, ma la qualità delle persone che arrivano.
Come insegna qualsiasi buona strategia, la potenza va concentrata sugli obiettivi che contano. Un sito ottimizzato bene non attira clic generici e di passaggio, ma utenti profilati, con un intento reale, già orientati a diventare clienti. Mille visite sbagliate valgono meno di dieci visite giuste, perché sono queste ultime a trasformarsi in contatti, preventivi e vendite. È su questo principio che si misura una strategia SEO efficace: non riempire il sito di traffico, ma riempirlo di traffico utile.
Domande frequenti sulla SEO
Cosa fa esattamente un’Agenzia SEO?
Un’Agenzia SEO analizza il mercato e i competitor, individua le parole chiave e gli intenti di ricerca rilevanti, ottimizza gli aspetti tecnici e i contenuti del sito, ne migliora la velocità e la struttura, costruisce autorevolezza tramite link e digital PR e ne monitora i risultati nel tempo. L’obiettivo è far comparire il sito tra i primi risultati organici per le ricerche che contano e, oggi, anche tra le fonti citate dall’intelligenza artificiale.
In quanto tempo si vedono i risultati?
I primi segnali su un sito sano arrivano in genere entro tre-sei mesi, mentre posizioni stabili su keyword competitive richiedono normalmente dai sei ai dodici mesi di lavoro continuativo. La SEO è un investimento che matura progressivamente: chi garantisce risultati immediati va guardato con sospetto.
La SEO funziona ancora con le AI Overview?
Sì, ma cambia di obiettivo. Le AI Overview riducono i clic sulle query informative, perciò alla SEO classica si affianca la GEO, l’ottimizzazione per farsi citare dai sistemi generativi. Le fondamenta — contenuti autorevoli, solidità tecnica e dati strutturati — servono sia a posizionarsi nei risultati sia a essere scelti come fonte dall’intelligenza artificiale.
Meglio un’agenzia o un consulente SEO?
Dipende dalla dimensione e dalla complessità del progetto. Le grandi organizzazioni possono trarre vantaggio dalla struttura di un’agenzia; chi cerca un interlocutore unico, presente e responsabile in prima persona spesso ottiene di più da un consulente indipendente. Conta chi esegue concretamente il lavoro, non la dicitura.
Farsi trovare (e citare): da dove si comincia
Costruire un sito che rispetti i principi della SEO richiede più lavoro di uno realizzato senza criterio, ma i vantaggi non vanno ai motori di ricerca: vanno alle persone che lo navigano e, di conseguenza, all’attività che lo possiede. Un sito veloce, chiaro, autorevole e ben strutturato è un sito che Google premia, che l’intelligenza artificiale cita e che i clienti scelgono. Il primo passo non è inseguire una posizione in classifica, ma capire da dove si parte: un audit onesto dello stato del sito, delle parole chiave che contano per il proprio mercato e dei concorrenti da superare è il punto da cui ogni strategia seria — fatta in casa, con un’agenzia o con un consulente — prende davvero forma.
Dati su CTR e ricerche a zero clic aggiornati al 2025-2026. Fonti: First Page Sage, SparkToro, Semrush, Search Engine Journal.